Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post

lunedì 19 ottobre 2015

18

E' durata meno di un minuto la nostra ultima vera - le virgolette sono d'obbligo e tra poche righe spiego perché - conversazione. Aveva telefonato babbo a casa, e avevo risposto io. «Ciao papi, allora che mi dici? Come va?» «Eh vabbé ma lo sai che poi papi...» Sentire la mia voce lo aveva emozionato, chissà che pensieri aveva per la testa, chissà quanto era preoccupato, chissà quanta paura aveva. «Va bene, non ti preoccupare, ora chiamo mamma». Appena in tempo, perché mi stavo commuovendo anche io. Non ero andata in redazione quel giorno, non ero in forma, ero preoccupata e non vivevo bene la situazione che da oltre un mese si era creata con il direttore/ormai ex migliore amica. Avrei voluto andare a trovarlo, ma l'ospedale dove era ricoverato non era facilmente raggiungibile in treno/pullman, poi lui non voleva, quindi ho rinunciato, tanto sarebbe tornato presto...ad aver saputo che quella telefonata è stata l'ultima volta che ho ascoltato la sua voce...

Anche ieri era il 18, di ottobre, e, come mi ha ricordato facebook, esattamente un anno fa avevo appuntato un complimento che mi aveva fatto, che ricordo benissimo. Eravamo in sala, avevo i capelli raccolti ed ero vestita comoda, "da casa", mi pare che avevo appena finito di passare l'aspirapolvere. «Gua' d'è bella, sembri un'attrice, sai quanto sei più bella tu di tante!». «Ma che dici, nonna - sua madre - sembrava un'attrice da quanto era bella, non io!». Ogni volta - ogni volta - che mi guardo allo specchio mi ripeto con la tua voce «Va che spettacolo di figlia ho fatto»...me l'hai detto innumerevoli volte. 

Una mattina, dovrebbe essere stata la fine di giugno, eravamo soli in ospedale e mi è sembrato che tu mi abbia detto «Sei bellissima». Ho chiesto conferma, ripetendolo, «Mi hai detto sei bellissima?» Non hai replicato e l'ho preso per un silenzio assenso. 
Ma quanto mi amavi, babbo mio? 

Pensare che potrò fare solo questo, guardare le foto, ricordare e cercare di rievocare la tua voce, per il resto della vita, mi toglie il fiato. 

17 e 19

Continuo a scrivere di babbo e del nostro personale terremoto perché ho il bisogno di fermarli i fatti e le parole di questi cinque mesi, in modo che non si perdano nell'inevitabile e inarrestabile andare avanti della vita. Il 17 e il 19 maggio sono giorni che non ricordo facilmente, perché mi rimandano l'immagine di una me superficiale, inconsapevole e che ha dato suo padre per scontato. Il 17 era domenica, mi ero svegliata e non stavo granché bene di stomaco, poi alle 11 avevo ricevuto la telefonata di un amico che mi invitava a pranzo al quale ho risposto sì senza esitare. Babbo mi ha accompagnato e mi è venuto a prendere nel tardo pomeriggio perché avevo appuntamento con mia cugina e il compagno che erano venuti a trascorrere qui al mare la loro settimana di ferie, ed eravamo già d'accordo per andare a cena insieme. Nell'arco di quelle ventiquattr'ore che precedevano il suo ricovero, non ho mai pensato a dare a lui la priorità, tanto sarebbe tornato a casa subito, erano solo degli esami quelli che doveva fare...in macchina gli ho raccontato il menù di quel pranzo dove avevamo mangiato come se non ci fosse un domani. Amava tantissimo il pesce, è stato una parte importante della sua vita sotto tutti i punti di vista...lavorativo, familiare, umano...e mi aveva ascoltato col sorriso pregustando quelle prelibatezze. A lui non era importato che io non fossi rimasta a casa, quel che contava era che fossi felice con i miei amici, e mi lasciava libera di esserlo. Non solo, mi aveva accompagnato, come - quasi - sempre, senza battere ciglio. Non ricordo se al ritorno dalla cena l'ho trovato ancora alzato, né se mi ha salutato dal ciglio della porta della mia camera, prima di salire le scale per andare nella sua, come faceva sempre, chiudendo la porta per non far arrivare il rumore della televisione.
Quel giorno è stato l'ultimo che ho parlato con mio padre guardandolo negli occhi, e l'ultimo giorno che l'ho visto in piedi, ma non me lo ricordo.
Il 19, invece, era martedì, un martedì che non potrò dimenticare anche perché è caduta l'amministrazione comunale della mia città, fatto mi ha coinvolto in prima persona perché, seppur da casa, ero continuamente in contatto con i miei amici politici che mi informavano dell'evolversi degli eventi. Era anche il giorno dell'esame più importante per babbo, l'ago aspirato. Mamma mi aveva chiamato mentre erano sulla strada del ritorno, lui era sveglio ma non abbiamo parlato, era tranquillo e l'ho aggiornato tramite lei di quello che stava accadendo qui. Poche ore dopo abbiamo avuto la conferma che il giorno successivo sarebbe stato dimesso perché non c'era bisogno di fare la broncoscopia, una bella notizia, che mi aveva fatto pensare, rasserenandomi, che la situazione non doveva essere poi così grave. Il pomeriggio ho finito di scrivere gli articoli per il settimanale a un'ora decente e sono andata in Comune a trovare il sindaco intento a fare gli scatoloni, l'addio al Palazzo era stato sancito ed era ora di sbaraccare dopo meno di un anno. 
Il giorno dopo, la nostra vita è cambiata per sempre.

venerdì 16 ottobre 2015

16

Era sabato, cinque mesi fa, il 16 maggio. La pneumologa aveva dato appuntamento a mio padre immediatamente, dopo aver parlato con il nostro medico curante che le aveva letto il risultato della tac al telefono. Solo loro due erano consapevoli della gravità della situazione, io no, e neppure i miei genitori, anche se era apparsa seria fin da subito. Volevo esserci anche io a quella visita, anche mia madre era d'accordo, babbo invece quando mi ha visto vestita e pronta a salire in macchina ha avuto un momento di nervosismo: «Che ci vieni a fare anche tu? Io non capisco perché la gente...», poi ha farfugliato qualcosa che non ricordo. In un altro frangente gli avrei risposto a tono, avrei insistito, invece ho capito subito la sua paura, e la mia presenza l'avrebbe solo aumentata, così ho silenziosamente risalito le scale e mi sono cambiata per passare l'aspirapolvere, come in un sabato qualunque. Circa quaranta minuti dopo il mio cellulare ha squillato, non ho riconosciuto il numero, il +39 non aveva fatto comparire il nome "babbo" sul display, quindi ho risposto «Pronto» in maniera generica. «Sono papi...mi perdoni? Lo perdoni a babbo per prima, sai...». «Ma sì, certo, figurati, non ti preoccupare!» Dall'altra parte lui si era emozionato e non riusciva a parlare, ho sentito solo mamma dirgli: «Ti ha risposto, dille qualcosa», ma non c'era bisogno, l'ho salutato dicendo «Ci vediamo presto» e abbiamo riattaccato. Avevo il sorriso sulle labbra e la tenerezza che mi invadeva il cuore, volevo solo che tornassero a casa il prima possibile. La dottoressa gli disse che avrebbe dovuto fare la chemio, ma che soprattutto il lunedì si sarebbe dovuto ricoverare per sottoporsi all'ago aspirato e agli altri esami necessari a capire la natura del tumore (che io, ignorante, ancora speravo potesse essere benigno) e quanto si fosse diffuso (non avevo ancora letto il referto della tac, anche questo lo avrei fatto dopo, dove si parlava già chiaramente di "lesioni" alla quarta costola e al surrene). Mamma poi mi ha confidato che, tornando a casa, in macchina avevano parlato e lui sembrava tranquillo - sembrava - ed era soprattutto determinato a curarsi, il suo rimpianto era quello di aver perso due mesi, perché da marzo aveva cominciato a trattare quella che si pensava fosse una polmonite. Non ricordo cosa ho fatto nel pomeriggio, la sera invece sono venuti a cena a casa nostra gli amici più cari dei miei genitori, e anche io sono rimasta a casa, abbiamo mangiato la pizza, e babbo era seduto di fronte a me. Per dolce c'erano i tartufi al cioccolato e al caffé, io e mamma ne abbiamo mangiato uno e mezzo ciascuna, e come al solito babbo ci ha rimproverato la nostra golosità: «Ne ammazza più la gola che la spada», diceva sempre... se anche lui avesse avuto meno autocontrollo e disciplina, si sarebbe tolto qualche sfizio in più, non sarebbe stato quello a ucciderlo... 
Quella cena è stata l'ultima volta che abbiamo mangiato insieme, al tavolo della nostra cucina.

lunedì 12 ottobre 2015

Nuova vita

Avevi saputo che G. era incinta prima di me, un giorno che, come facevi quasi quotidianamente, eri andato a trovare sua madre, tua ex collega e grandissima amica e confidente. Lei si era confidata con te, appunto, quando la gravidanza era all'inizio e tu avevi mantenuto il segreto persino con noi, la tua famiglia...eri fatto così e la cosa non mi aveva fatto arrabbiare, anzi, mi aveva fatto sorridere. Hai anche potuto vedere il pancione, quando G. è venuta a trovarti all'ospedale accompagnata dal futuro papà: in realtà era di lui che avevamo bisogno, gli avevamo chiesto aiuto per provare a comunicare con te, a imparare a leggere le labbra e capire meglio cosa volevi dirci, perché per anni ha vissuto a stretto contatto con persone con handicap...il tentativo non era andato a buon fine, non abbiamo fatto molti progressi, perché ancora non avevi imparato a scandire le parole e a dirne poche alla volta, ma eri stato molto felice di vedere G., lo abbiamo visto dai tuoi occhi, dalle espressioni di sorpresa, da quel sorriso con il quale accoglievi chi ti veniva a trovare, che era diventata la tua lingua. Anche una lingua nuova mi hai insegnato, babbo, l'avremmo mai detto? Da ieri c'è una nuova vita, e quando l'ho scoperto, pochi minuti fa, ho immaginato come te lo avrei detto, come lo avremmo commentato, anche se saresti stato uno dei primi a saperlo. Alla sorpresa e alla gioia è seguito il pianto, che ora mi riga le guance come sempre quando scrivo di te...normale amministrazione, in questa nuova vita. Nuova vita...rileggendo mi sono accorta che ho scritto ripetutamente "nuova" nelle ultime righe, e giornalisticamente sarebbe un errore, ma a chi importa? A me, no. "Nuova" è bello. Benvenuta, piccolina, da noi tre. 

giovedì 1 ottobre 2015

Hello, october

Primo giorno del mese e puntualmente la home di facebook si riempie di foto dedicate. Per ottobre, un trionfo di colori e paesaggi autunnali davvero meravigliosi (farei poster di sei metri per tre di foto di Central Park, tanto lo adoro, e non per merito di Richard Gere né di Sex and the city). "Prima", anche a me è capitato di postare foto con tanto di raccomandazione al mese di turno: "sii gentile" o "make my dreams come true", ecc...l'ultima volta è stata proprio il primo maggio, quando la sera ho postato su Instagram una foto fatta alla spiaggia di Pescara, dove avevo passato una bellissima giornata con una delle mie migliori amiche e la sua famiglia, con tanto di ripetuti e divertentissimi giri sulle giostre e shopping da Accessorize per la primavera/estate. "Maggio, non sarà facile. Io ci sono, e tu?", ho scritto come didascalia. Aprile era stato un mese difficile a causa di un'incomprensione (che sarebbe degenerata nei mesi successivi fino a una traumatica e definitiva rottura) con quella che per dieci anni ho considerato una sorella, ma non potevo minimamente immaginare cosa sarebbe successo da lì a pochi giorni...Da maggio, ho smesso di chiedere qualcosa, saldamente legata al qui ed ora, a ogni singolo giorno, immersa nel fluire del tempo. 

p.s. Ma che freddo fa?!